• Eleonora Tassani

L'arte di stare: la bellezza collaterale.

Aggiornamento: set 21

La bellezza mi affascina da sempre. È un tema che mi accompagna da quando ho imparato a disegnare.

Credo di aver appreso come tenere in mano una matita e muoverla sul foglio, proprio grazie all'impulso a riprodurre ciò che vedevo o quello che immaginavo. Ricordo che schizzavo volti, quelli mi piacevano particolarmente. Il motivo sfuma nella memoria e forse neanche c'era consciamente. All'epoca mi stendevo per terra la sera, in salotto, con un bel carico di pagine bianche e, mentre i miei genitori guardavano la televisione, io creavo visi, ne finivo uno e cominciavo un altro. Credo cercassi l'armonia delle forme. Provavo piacere nel realizzare l'equilibrio armonico.

In fondo la bellezza classica è una questione di armonia, di proporzioni, che risponde all'equazione bello= buono=vero.


Nel tempo il canone oggettivo della Grecia classica

ha lasciato il posto alla soggettività,

l'evoluzione ci ha portati a comprendere ed integrare la relatività

anche nell'espressione estetica. Che sia oggettiva o soggettiva,

la bellezza genera un senso di appagamento.


Le neuroscienze, oggi, sono riuscite a dimostrare che quando qualcosa per noi è bello, si attivano i circuiti del piacere e della ricompensa, gli stessi che si attivano quando ad esempio riceviamo carezze.

Per questo quando siamo contornati dal bello ci sentiamo meglio.


Amore e Psiche. Canova.
"Amore e Psiche". Antonio Canova 1787-1793. L'arte neoclassica riprendeva gli ideali dell'arte antica greco-romana.

Ma se è relativa, si può dare una

definizione di bellezza?

Insomma, cos'è bello?


Sono figlia della mia cultura intrisa, dopotutto, di quella classicità di canoni. Nata e cresciuta in Italia, il "Bel Paese", ho frequentato il liceo artistico e poi l'università della moda, ho respirato la storia dell'arte, ho riempito i miei sogni e poi la realtà di abiti da passerella, la ricerca delle proporzioni scorreva nelle mie vene. Non mi son mai posta il dubbio su cosa fosse bello. Io sapevo esattamente cosa era bello.

Mamma mia, tutta questa inflessibilità estetica a metterla in fila spaventa!

In effetti è così. Ma non me ne accorgevo.

Chiariamo, non filtravo le amicizie o i fidanzati attraverso il mio spietato canone estetico. Con le persone sono sempre stata più "indulgente", perché mi perdevo nei volti a scoprire quei dettagli che rendevano gradevole l'insieme. Poi lo sappiamo tutti che quando conosci una persona, il suo aspetto può cambiare in accordo a quello che ti trasmette nella sua interezza, per fortuna anche allora ero aperta all'ascolto.

Ma non voglio perdermi nei meandri della mia storia personale.

Fortunatamente, crescendo, nel tempo, il mio sguardo si è ammorbidito, la mia anima si è fatta spazio e, fino a poco tempo fa, credevo di rispondere sensatamente ed esaurientemente che è bello ciò che all'occhio del singolo individuo risulta armonico in virtù della sua storia personale e in senso più ampio ciò che si avvicina all'armonia della natura, maestra di bellezza.

Mi sbagliavo.

Meglio, questa definizione può essere considerata vera, ma lo è a metà, perché in parte è incastonata nei confini del giudizio.

Ah, questo giudizio!

Ci sarà un giorno in cui ne sarò, ne saremo liberi?

Ho cercato dunque nel dizionario cosa significa il termine bellezza: "la qualità o il complesso di caratteri che suscitano ammirazione e spingono alla contemplazione". Va bene, questo si ricollega a quanto affermavo io, alla meraviglia della natura, ad esempio, che è bella e suscita contemplazione. Però è vero che per qualcuno è ammirevole il mare e priva di fascino la montagna, per qualcun altro il contrario. Si tratta della relatività del gusto. Se il bello è relativo, può essere svincolato dalla "regola" del giudizio?

Quanta confusione.

E poi, è importante tutto questo?

Paesaggio collinare.
La natura nella sua bellezza stimola la contemplazione.

Quindi ripartiamo.

Ho partecipato ad un seminario residenziale della tradizione Maya Nahual in Messico nel 2019 e mi sono trovata immersa in una realtà nuova, molto diversa sicuramente dall'Italia, ma anche rispetto ad altri paesi esteri che ho visitato in precedenza.

I miei occhi percepivano costantemente qualcosa di "stonato" o di brutto. Ero un po' afflitta, continuavo a cercare quei dettagli in grado di modificare la coerenza dell'insieme, come era mia abitudine. Trovavo certamente la bellezza nei luoghi sacri, nei rituali, nell'oceano, ma poi mi lasciavo invadere da un senso di sconforto quando guardavo il resto intorno. Il Messico è un paese meravigliosamente ricco di contrasti, di incongruenze, di contraddizioni. La questione non era l'estetica del Messico, era l'aspettativa che inaspettatamente mi ero fatta, era la mia difficoltà ad accettare ciò che vedevo senza giudizio. Il Messico mi era Maestro nel mostrarmi crudamente cosa mi stavo perdendo nella mia ricerca del bello.

Sì, perché ho vissuto esperienze profonde, vitali, travolgenti, destabilizzanti, arricchenti, in alcuni luoghi per me esteticamente ostici e questo percepito ha rischiato di imprimersi nel mio essere e vanificare tutto. Non lo ha fatto quando ero là, lo ha fatto nei ricordi. Il mio ego giudicante, ben lungi dal voler darmi tregua, ha cercato di ancorarsi alla mia memoria, creando una selezione dei ricordi e distribuendo etichette.

Io stavo cercando di applicare il mio personale canone di bellezza,

figlio del mio vissuto personale e della mia cultura.

È stato molto faticoso accorgersi che quello che stava creando

la mia mente era... brutto!

Non erano brutti i luoghi in cui ero stata. Quelli erano così come erano, punto.

Invece ciò di cui avevo fatto esperienza era stato bellissimo! Anche se spesso era freddo, tendenzialmente sporco, scomodo.

È stato lì che ho cominciato ad interrogarmi e a mettere in dubbio ciò che davo per assodato.

La bellezza, quella che cerchiamo di definire, rischia di abbagliare e cancellare l'evidenza della vita, in tal senso può uccidere: i ricordi, le emozioni, il sentire.

Per questo ho percepito che era importante.


Perché era bello ciò che avevo vissuto?

Dunque cosa è definitivamente bello?


Qualche sera fa mi è capitato di ascoltare un video della psichiatra e psicoterapeuta Erica Francesca Poli in cui parla della gioia, della forza vitale in grado di guarire le ferite emozionali, della differenza tra felicità e gioia e della bellezza, quella, appunto, collaterale.

Le sue parole mi sono entrate dentro e hanno vibrato alla mia stessa frequenza, mi sono resa conto che stava descrivendo qualcosa che io avevo vissuto e mi sono molto emozionata.

Solitamente le situazioni critiche sono difficili da sopportare, perché comportano il sentirsi, per questo cerchiamo di risolverle fuggendo o trovando vie compensative. Quando riusciamo a stare nel conflitto, quando siamo capaci di sopportare l'intensità del sentire, quando riusciamo a stare, allora tocchiamo la bellezza collaterale. Quella che è a lato rispetto alla frontalità dell'evento.


Allora è bello quando è presente l'essere, la forza vitale,

quando qualcosa di profondamente significativo

ti confronta con il mistero della vita e accetti quello che stai vivendo, acquisisce senso perché fa parte

della vita stessa e sei connesso ad essa.


Per questo è stato bello ciò che ho vissuto in Messico, perché nelle esperienze fatte ero presente con tutta me stessa, ero nel dolore delle ferite ricevute e inferte, sentivo la disperazione dei bisogni, la gioia di respirare ad ogni battito del cuore, l'amore verso me stessa, il gruppo ed ogni essere vivente.


Tutto il contorno perdeva importanza, c'era e basta.

Non cercavo più di distrarmi dando significato all'armonia

o alla disarmonia dei luoghi, quella era roba mia,

compensava i miei bisogni.

Io ero armonia in ogni lacrima, in ogni sospiro, in ogni risata.

Io ero bellezza e quello di cui stavo facendo esperienza era

semplicemente bello, perché non esiste altra definizione calzante,

era gioia, forza vitale, vita.

Io stavo nel sentire. Stavo Vivendo.


Oggi continuo ad allenarmi a mettere in pratica la bellezza collaterale, ci provo ogni volta che mi lascio strattonare dal giudizio, dalla malinconia, dall'attaccamento.

Perché è importante che le esperienze fatte non restino dei magici momenti isolati, ma diventino quotidianità attraverso la pratica costante.

"In fondo se oggi siamo qui è per la forza vitale, quel mistero a cui noi tutti apparteniamo e che va onorato vivendo". (Erica Francesca Poli)

Ed è bello!

Fiore bianco. Il fiore è il simbolo di bellezza per la tradzione Nahual.
Nella tradizione Nahual il simbolo della bellezza è il fiore (xochitl).

Nella tradizione Nahual il simbolo della bellezza è il fiore (xochitl).

"Il fiore rappresenta la completezza, la pienezza e la bellezza di tutto ciò che esiste, la conoscenza e l'amore intrinseco di tutte le cose. L'arte, la danza, il teatro, la musica, la poesia, sono esempi del prodotto dello splendore e della creatività che sono contenuti nella vita stessa. Il criterio di bellezza, come quello di salute, è l'equilibrio. Il Fiore illustra la magnificenza che emerge dall'equilibrio tra scienza, spiritualità, emozionalità e arte ottenuto grazie alle migliori qualità di cui sono capaci l'essere umano, il mondo e la natura."

(questa spiegazione è tratta da un discorso del Maestro Nahual Omar Miranda-Novales).


Il Pavone è l'Animale Guida della bellezza eterna su tutti i piani, per questo nel disegno abbiamo inserito i simboli Nahual dei fiori e il fiore di loto.

Sebbene abbia una bella forma non è attaccato ad essa, è consapevole dell'eterno ciclo della vita. Trasmette la fiducia primordiale e aiuta a vivere il corpo con maggiore senso di libertà e di gioco. Sa che la Bellezza eterna risiede nell'essenza.

Ci mette in relazione alla grandiosa capacità di manifestare noi stessi senza sentirci falsamente orgogliosi. Aiuta ad accettare e vivere con generosità i doni personali, senza giudizio.

Segui il Pavone e raggiungi la tua essenza nella sua immortale bellezza!


In lak'ech.

Con il cuore.

Eleonora







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